Intervista a Marisa Iacopino
Iniziamo dal titolo "ControVerso amore" che contiene in sè l'essenza stessa del libro ma anche un'interpretazione differente del concetto di "amore" rispetto a quello canonico e spesso visitato dalla poesia di tutti i tempi.
Ritengo che il libro abbia trovato in questo titolo il suo guscio naturale. Una fodera che è, insieme, rivestimento e sintesi. Ricordo ancora, però, le perplessità suscitate dalla scelta del termine ‘amore’.
Mi si chiedeva, allora, se avessi valutato bene l’opportunità d’usare una parola così inflazionata. C’era il rischio di cadere nella banalità.
In verità, io non ho mai nutrito dubbi al riguardo: le due voci ‘controverso’ e ‘amore’ erano legate in modo indissolubile.
ControVerso Amore, il solo titolo pensato per la raccolta.
Una fermezza, questa, che scaturiva senz’altro da un gusto personale per la sfida. E’ vero anche, però, che essa traeva origine da un convincimento ben radicato in me.
Sono convinta, infatti, che uno dei compiti primi del poeta sia proprio quello di restituire la parola alla sua sostanza. A quell’originalità che l’uso-abuso può averle sottratto nel tempo. Perché se è indubbio che la lingua sia in continua evoluzione, altrettanto innegabile è che, troppo spesso, si compiono su di essa veri atti vandalici, che sviliscono la parola.
Ma tornando al titolo, vorrei spendere qualche riga a proposito dell’attributo ‘controverso’. Era nel mio intento fornire al lettore una parola-chiave attraverso cui disporlo alla comprensione del libro. Insomma, dargli un passepartout per aprire l’uscio, talvolta sigillato, del dettato poetico.
Letteralmente, ‘controverso’ significa volto di fronte, opposto; messo in questione, perché non noto ed evidente.
L’aggettivo racchiude quindi in sé l’indefinibilità, l’incerto. Quel qualcosa di sfuggente su cui ci si attarda a discutere. E’ proprio questa vaghezza, a mio avviso, che permette di valutare cose, fatti e pensieri alla luce d’una molteplice significanza. Così, attribuire all’amore la qualità di ‘controverso’, può voler dire stringerlo e, al tempo stesso, svincolarlo nella sua proprietà di passione mutevole, che si dibatte.
In questo stretching concettuale dell’amore (definizione peraltro estesa ad ogni più ampio rapporto dell’umano vivere: fraterno, di genitore, filiale, amicale, di coppia), il mio diviene quindi un amore osteggiato, contrastato, sospeso nell’ambiguità d’essere e non essere. In tal senso, esso si discosta profondamente dall’idea dell’amore convenzionale, percorso più spesso dalla poesia d’ogni tempo.
C’è poi, l’altra chiave di lettura offerta dall’inversione del titolo.
Amore Contro il Verso. Amore-disamore, questo. Un amore troppo spesso avversato dai luoghi comuni. Come, ad esempio, dal pensiero diffuso che la poesia sia una forma letteraria ormai tramontata. Una conflittualità in cui mi sono tante volte dibattuta, con tormento. A un certo punto, ho pensato pure di dedicarmi ad altra forma di scrittura. Per allontanarmi il più possibile dalla versificazione, sono così approdata a un genere, in apparenza, molto distante dalla poesia: il noir. Con quale risultato? Nei miei racconti, sono stata accusata d’essere ‘più lirica, che nera’.
Che fare, allora? - mi son chiesta.
Poi, un giorno, m’è venuta incontro la massima d’un anonimo, che recita così: “non smettere mai di cercare ciò che ami, o finirai per amare ciò che trovi.”
Alla fine, sono tornata ‘a cercare ciò che amavo’, la poesia, cosciente del fatto che essa fosse la forma espressiva che più mi apparteneva. Questa consapevolezza ha rinnovato in me una tale energia da lanciarmi in nuove sfide.
Mi piace sottolineare che la pubblicazione del libro costituisce lo straordinario coronamento di questa passione. Si tratta d’un punto di partenza molto importante. Ora, però, m’attende l’impegno più arduo: essere all'altezza del nome di ‘poeta’.
Sottovoce, devo poi anche ammettere che l’incontro con la prosa non mi ha lasciata del tutto indifferente. Con mia sorpresa, ne sono rimasta piacevolmente contaminata. Per dirla con l’anonimo autore, ‘ho finito per amare pure ciò che avevo trovato!’
Il libro si divide in cinque sezioni che sembrano modulare i diversi "stati" ma anche i diversi "tipi" di amore che circondano la tua vita senza mai rimanere imbrigliato in un'idea statica, monolitica del sentimento
Si tratta d’una raccolta che ripercorre anni di poesia.
Nell’ordinarla, mi sembrava che il dialogo poetico chiedesse d’essere scandito secondo il ritmo delle ore. Così, proprio pensando a un orologio, ho suddiviso il libro in quattro sezioni, o quadranti, più una sezione d’apertura, che potremmo definire l’asse – origine del movimento del tempo.
Insomma, ho immaginato che tutto si compisse secondo il volgere d’un giorno esteso all’arco dell’esistenza. Una giornata, parabola della vita.
La silloge si apre con la poesia che dà titolo al libro: ControVerso Amore. Essa rappresenta il fulcro della raccolta poetica.
Quando non si anno più parole per tradurre l’amore, drammaticamente ci si interroga: “… che ne sarà dell’emozione…?”
Segue, Quaderni d’autunno: Siamo all’alba della vita, al mattino dell’infanzia, alle giovani promesse, alle speranze. Il tutto, passato al setaccio d’una memoria stagionata – ecco perché Quaderni d’autunno.
Segue poi, Insoliti declivi, dove si respira il disinganno. L’incontro con il male di vivere, la solitudine, il dolore. Qui, potremmo trovarci nella tarda mattinata, ovvero nella pienezza dell’età umana.
E ancora, Inattesa la vita: ecco lo stupore che torna, che ti può cogliere in qualsiasi stagione del vivere. Perché la vita, inaspettatamente, è fonte di nuove sorprese. In questa sezione, la scoperta fascinosa d’ogni forma ‘d’altro’. ‘Un altro se stesso’ che si cerca. Un amore che si schiude ad ‘altra fioritura’; ma anche la luce spenta, ‘altra dalla vita’, d’un abbandono definitivo. E poi l’incontro con ‘culture e mondi altri’. A questo proposito, ho voluto raccogliere differenti ricordi di viaggio, molti dei quali in Anatolia, terra-ponte tra Oriente e Occidente. Paese, per questo, oggi profondamente tormentato. Siamo al pomeriggio del vivere, all’età matura.
Da ultimo, le Crete del tempo: giunge la sera. Il ricordo si riempie di nostalgia, di dubbio, rimpianto. Siamo alla resa dei conti, in quel tempo di vecchiezza che tutti aspetta, se ci è dato viverlo.
Sorprende nel libro come l'apparente semplicità dei termini scelti crei comunque un effetto spesso originale attraverso cui il messaggio poetico arriva al lettore in modo diretto, immediato.
Mi lusinga quest’affermazione, e mi offre, nel contempo, lo spunto per una breve riflessione-confessione.
Devo premettere che nasco come un artigiano del componimento in versi. Il primo manuale da cui ho attinto i segreti, si chiamava appunto La bottega della poesia. Attraverso la sua guida, mi sono cimentata nello studio dei suoni, dei ritmi, della scansione. E ovviamente nella ricerca della parola. Non nascondo che in passato io sia caduta, talvolta, nella seduzione del termine aulico, confondendo tale uso con la più difficile ricerca della parola giusta. Poi, improvvisamente, ho incontrato la semplicità. In verità, non si è trattato d’un incontro casuale: sono state determinanti, in tal senso, le continue sollecitazioni del mio primo lettore (mia figlia, che all’epoca s’apprestava a entrare nell’adolescenza). Dalla sua angolazione, lei mi faceva spesso notare che vocaboli troppo accademici rendevano le immagini artificiose, creando così un’emozione innaturale. Questo mi ha spinta a pormi su un livello di scrittura diverso, e quindi su un nuovo piano d’ascolto (perché non dobbiamo dimenticare che la poesia è innanzitutto voce). Nell’economia del testo, ho così scoperto, con sorpresa, che ‘abbassare il livello di difficoltà linguistica’- attraverso l’uso di vocaboli di più facile accesso - non significava parimenti ‘abbassarne la qualità’. Anzi, la semplificazione produceva quel prodigio che rendeva il dire poetico di maggior impatto emotivo.
Oggi credo fermamente che la forza della poesia consista proprio nella sua genuinità ed asciuttezza. E’ proprio questo che la rende immediata; in grado di penetrare anche la scorza d’ostilità, o l’indolenza, d’un fruitore dubbioso. Ma se nella semplicità i versi si caricano dell’energia essenziale, è pure vero che la ricerca della parola semplice (ossia riconquistata al suo uso primigenio) è frutto del più intenso lavoro di cesello.
M’affascina tutto questo, così come mi piace accostare suoni e ritmi verbali dissonanti.
Insomma, quello che inseguo è una poesia che sia sollecita nel pizzicare le corde emozionali. Che attragga con la spontaneità delle suggestioni suscitate, prima ancora di passare attraverso la razionalità delle riflessioni.
In una parte del libro, come giustamente notato dal prefatore Luigi La Rosa, ti soffermi sul "destino della poesia nei nostri giorni", volevo quindi chiederti che cosa significa per te fare poesia oggi e perchè hai scelto questa forma letteraria che oggi fatica così tanto ad arrivare al pubblico
Cosa significa fare poesia, oggi.
Non pare superfluo soffermarsi, innanzitutto, sul concetto di poesia. Dice Thomas S. Eliot che la poesia è l’equivalente emotivo del pensiero. Timidamente, vorrei aggiungere che la poesia è vita. Se poi si inverte l’equazione, quella del vivere diviene la forma più alta di poetica. Con ciò non mi riferisco a un’idea romantica, tutt’altro. Intendo dire che nella poesia, così come nella vita, deve entrare tutto: il bello, il brutto, l’osceno, l’effimero, la morte, la felicità, il dolore, la guerra vera e le mille battaglie quotidiane. Credo inoltre che la poesia, pur non potendo assurgere a detentrice di verità, sia una scintilla capace d’illuminare i coni d’ombra della mente umana. Un’intuizione che, come taglio di luce, s’incunea nei strati e substrati della psiche.
E’ proprio in ragione del suo potere salvifico, che io ho scelto di dedicarmi a questa forma di scrittura, fin dall’età più giovane. Mi consolava pensare d’avere a disposizione uno strumento taumaturgico, in grado di sanare le ferite. Insomma, era per me una versoterapia! Del resto, avere un libro di poesia tra le mani è un po’ come guardarsi allo specchio. Per questo, ognuno di noi dovrebbe sempre ospitare un poeta nella sua biblioteca personale.
Mi chiedo, talvolta, che ne sarà dell’arte poetica. In un mondo dominato dalla tecnologia spesso utile, ma a volte pure dannosa, e dove tutto viene vissuto troppo velocemente, forse sarebbe utile fermarsi qualche istante, e dare voce alla poesia.
Se fosse liberato dalla sua nicchia, e reso godibile ai più, sono certa che il verbo fatto verso potrebbe diventare un potente mezzo di ‘ri-e-voluzione’, nell’universo dell’incultura.
Con questo libro hai vinto la prima edizione del premio "Dal manoscritto al libro" che emozione hai provato in quel momento? E soprattutto credi che iniziative come quella possano essere utili per gli autori esordienti?
Quando ho saputo della vittoria, il primo pensiero è stato: da qualche parte doveva pure sfociare, prima o poi, questo controverso fluire di parole!
Battuta a parte, il riconoscimento ha significato per me un’enorme gratificazione. Un attestato di merito che mi ha tuffato nell’emozione più spontanea. Dopo la commozione, mi sono lasciata pervadere da una grande sferzata d’ottimismo, che mi ha ripagato dei tanti sforzi. Col senno che accompagna spesso il poi, oggi capisco che sarebbe stato ingiusto tradire questo primo amore - perché è vero che la poesia mi ha sedotta e catturata ancor prima di saper distinguere le lettere dell’alfabeto.
Quindi il consiglio che rivolto a tutti, alla luce dell’esperienza, è proprio quello di credere fino in fondo nelle proprie passioni. Se autentiche, prima o poi esse troveranno degno riconoscimento.
Certo è che, ovunque sia rivolto lo sguardo, si assiste a un mondo dominato dalla legge feroce del profitto. In quest’ottica, sembra proprio una chimera, trovare una casa editrice disposta a scommettere su quello che, a priori, è considerato un ‘interesse senza vantaggio’. Occuparsi di poesia, per giunta puntando l’attenzione su autori emergenti, una strategia editoriale davvero discutibile - contro ogni logica di mercato.
Eppure, la magia a volte si compie. Nello specifico, la casa editrice che l’ha prodotta si chiama Perrone LAB. Ci tengo a questo ringraziamento ufficiale. Ma credo pure d’onorare il vero se aggiungo che, attraverso il premio Dal manoscritto al libro, è stato concesso a un’emerita sconosciuta di giungere a pubblicazione, senza l’esborso di alcunché.
Anche questo ritengo sia un successo, essendo scampata a tante ‘lusinghe a pagamento’.
Dunque, visitatori virtuali del sito, se siete come me ‘inguaribilmente malati di poesia’, non mollate la presa! Anche voi potreste trovarvi, un giorno, davanti a una porta che si schiude. Allora ogni sforzo, come per incanto, sarebbe pienamente ripagato.
