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Recensione di Ragioniamo per assurdo

Martedì, 17 Marzo, 2009
a cura di Chiara Martella

A volte le cose volano, e gridano, le cose e le persone. Ma solo a volte. Per il resto c’è il silenzio denso di pensieri con cui Dario Ricciardo (vincitore nel 2007 del concorso letterario “Ioscrivo – sezione racconto breve”) riempie le pagine di un libro fatto molto più di corpi che di parole: parole che escono da sole, incontrollate, quasi una sull’altra, la bocca che parla con gli amici mentre dentro si pensa a tutt’altro: sì, quelle ci sono; ma soprattutto parole che non riescono a uscire, che restano in gola, inutili e intrappolate, corpi senza parole, parole che senza corpo si interrogano sul nulla e gli somigliano; e poi corpi. Ci sono corpi ovunque: che si trasformano in albero; che si duplicano all’infinito fino a diventare un esercito senza capo, lasciando il dubbio sull’esistenza di un originale; che si smembrano, disseminando qua e là pezzi di uomini. Mai uomini a pezzi, però, perché non sono ammessi cedimenti di fronte alle assurdità della vita, solo un po’ di panico iniziale e poi lo stupore, la nostalgia per un corpo che non risponde più alla volontà della mente, per la mente che non riesce mai a stare dietro al corpo. Da questo costante scollamento tra la fisicità e il pensiero – filo rosso che lega ventitré brevi ma incisivi racconti riecheggianti del gusto, caro a Saramago, di costruire una storia impeccabile a partire dall’impossibile – nascono le situazioni più incredibili, presentate come inevitabili dati di fatto dalla penna fresca dell’autore, che ritaglia ogni personaggio dalla banalità del mondo circostante e lo proietta in quadri così surreali da sfiorare l’incubo. Il meccanismo di difesa che scatta immediato per non impazzire è ragionare per assurdo, come si fa con i teoremi di geometria quando nessun’altra dimostrazione è applicabile: prendere per buono quello che accade – che non sarebbe mai potuto accadere – e da lì andare avanti, con ogni briciolo di logica rimasta, come se tutto fosse normale. Non c’è tempo per i dubbi. Occorrono presto nuove, immediate certezze per far fronte alla realtà: credere che la mano destra persa per distrazione non può essere andata lontano, basta cercare; che si sta bene nonostante lo schianto, peccato solo per tutto quel nero; che le gambe, così come una mattina hanno smesso di funzionare, prima o poi torneranno a muoversi. E soprattutto che quel rosso che macchia insieme vittima e carnefice è solo pomodoro, un vecchio trucco dei film splatter che non fa più paura a nessuno.

 

Dario Ricciardo accosta pennellate di parole familiari, consuete ma mai consunte, per dipingere piccoli quadri brillanti dai contorni netti: soggetti perfettamente plausibili, se non fossero assurdi. La sensazione che se ne ricava è di un totale straniamento, come se il giovane palermitano fosse andato a lezione dai surrealisti, da quella pioggia di uomini in impermeabile e bombetta delle immagini di Magritte.

 

Ragioniamo per assurdo, Dario Ricciardo