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Instant-anthology - IL VERDE

Domenica, 26 Settembre, 2010
Il racconto di Cristina Prina che dà il titolo alla raccolta

Polvere sotto il divano

Cristina Prina

 

Gli occhi verdi della tigre la fissavano. La spiavano, inquietanti. Sembravano incollati ai suoi movimenti. Si spostava verso destra e loro erano là. Faceva, allora, un passo a sinistra; ma niente: continuavano a guardarla con insistenza. Tentò allora una mossa astuta: si abbassò lentamente, fino a scomparire dietro il divano. Praticamente sdraiata per terra. Non successe nulla per un po’. Decise quindi di rialzarsi e, nel farlo, alzò lo sguardo verso la tigre: quei fanali verdi sgranati su di lei erano sempre lì, spietati. Che fare? Arrendersi a quella persecuzione o lottare fino alla fine? O, addirittura, tentare un contrattacco? Prese il coraggio a due mani e, per un minuto circa, si trovò faccia a muso con la sua nemica, che la fissava con aria di sfida. Credi di potermi battere, vero?, ripeteva mentalmente. Neanche un sussurro, però: lei avrebbe potuto sentire ed anticipare le sue mosse – Ma non credere di avere a che fare con una stupida… La tigre, frattanto, continuava a fissarla sorniona. Sabrina notò un leggero lampo passarle negli occhi verdissimi. Devo stare attenta, pensò, è pronta ad attaccarmi alla mia prima distrazione. Decise, quindi, di tornare a nascondersi. Si sdraiò sul pavimento, ben riparata dal divano. Zitta. Immobile. Aveva quasi paura di respirare. Temeva che lei la sentisse e potesse leggerle nel pensiero. Per cui preferì non rischiare e si concentrò per definire la sua strategia. Allora… per prima cosa devo coglierla di sorpresa. Velocemente. Non devo darle il tempo di reagire. Appena mi alzo, devo immediatamente prenderla e buttarla a terra. Poi, una volta atterrata, devo finirla. Non ho altra scelta. Automaticamente, si ritrovò a guardare l’orologio al suo polso: le diciotto e trentacinque. Tardissimo. Non poteva perdere altro tempo. Una leggera tachicardia si impossessò di lei mentre minuscole gocce di sudore le scivolavano lungo la schiena. Inumidì le labbra ormai praticamente secche e, facendo leva sui gomiti e sugli addominali, si tirò su. Di scatto. Con un balzo fulmineo fu sulla tigre. Nessuna colluttazione. Fu più semplice del previsto afferrarla e buttarla a terra. L’impatto con il marmo del pavimento fece il resto. Una volta resa innocua la belva, Sabrina si rilassò un po’. Pian piano le pulsazioni cardiache diminuirono e la salivazione tornò regolare. Solo un respiro leggermente affannato tradiva l’agitazione. Certo, il più era fatto, ma restava un problema: cosa farne, ora? La tigre era tramortita ma, stranamente, i suoi occhi malefici erano sempre spalancati su di lei. Bisognava chiuderli per sempre. – Te li strappo con le mani quegli occhi, giuro! Ti odio, maledetta… devi farla finita di seguirmi ovunque, hai capito? – e, ormai urlando, Sabrina stava per avventarsi contro la tigre con il chiaro intento di renderla cieca per sempre quando sentì bussare alla porta della stanza. Si irrigidì improvvisamente, dando un’occhiata rapidissima all’orologio: le diciotto e cinquantasette. Accidenti, e ora come faccio? In preda al panico, prese la tigre e la nascose sotto il divano, velocemente. Poi, cercando di assumere un tono di voce abbastanza tranquillo, rispose: – Avanti – non senza prima essersi alzata e sistemata un po’. – Dottoressa, c’è il paziente delle diciannove. Lo faccio entrare? – Sì, certo. Tra un minuto, però. Esco io a chiamarlo. Grazie, Antonella. Sabrina occupò i successivi sessanta secondi tentando di recuperare un aspetto professionale. Calmo, distaccato. Da affermata psichiatra quale era. Appena le sembrò di esserci riuscita, aprì la porta e fece accomodare il signor Pieretti, suo paziente da quasi dieci anni. –Allora, come andiamo? Mi racconti la sua settimana appena trascorsa… – esordì, sorridendo cortesemente. Ma notò immediatamente che l’uomo era a disagio, irrequieto. Gli chiese quindi la motivazione di tale stato d’animo. – Dottoressa, non so… – le rispose, con lo sguardo vagante ed inquieto – manca qualcosa qui, oggi. Lei sa quanto sono attento ai dettagli. Certo che lo so. Sei un maledetto psicopatico. Per l’esattezza: affetto da mania ossessivo compulsiva con tendenze paranoiche. Sono dieci anni che mi stai attorno e non migliori in niente. Un fallimento totale per la mia professionalità. – Cosa le sembra che manchi? – gli chiese con l’aria più innocente possibile. – Il quadro della tigre. Adoro quel ritratto. Sembra quasi che gli occhi di quella bestia mi seguano mentre sto seduto su questo divano. Pensi, dottoressa, a lei posso dirlo, ovviamente… A volte ho persino pensato che fosse viva e che mi potesse saltare addosso da un momento all’altro. Sa quante volte tentavo di nascondermi dietro di lei per la paura? – Ahahah… – rise Sabrina, quasi per allentare la tensione del suo paziente. Che assurdità, pensò nel frattempo, non guarirai mai, sei proprio il mio fallimento. Ti odio per questo. Odio tutti questi paranoici. Sempre a vedere cose che non esistono. Fosse per me li ucciderei tutti. Intanto, con aria noncurante, si alzò e diede un leggero calcetto al quadro sotto il divano. Prima, presa dall’ansia, non lo aveva nascosto perfettamente. Tornata a sedersi sulla sua poltrona in cuoio nero, accavallò le gambe e, con il consueto tono professionale, chiese: – Signor Pieretti, lei capisce, vero, che la cosa che mi ha appena confessato fa pensare ad un aggravamento del suo quadro clinico…?