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Appunti per un reading

Domenica, 7 Marzo, 2010
Dialogo sui massimi sistemi e minimi stilemi fra Enrica Morgese e Roberto Ranieri

 

Roberto – Non c’è tempo, come al solito; e c’è troppo spazio, le regole distributive delle voci “poetiche” sul territorio sono un’alea di corpi e pubblicazioni, come anche le occasioni di contatto: Veneto e Puglia, la rosa dei venti e dei versi gira a caso, è sempre capricciosa. Certo, per una lettura “incrociata” sarebbe interessante confrontare i testi, “annusare” insieme incastri che abbiano un senso oltre superficiali consonanze o convergenze...
Per esempio, Enrica, potremmo partire proprio dalla (pre)fazione che apre il tuo libro, e se la prende con gli “arrotatori di parole”; io infatti mi annovero convintamente fra coloro che "arrotano" parole fino allo sfinimento, tanto che la gestazione di pochi versi può durare anche mesi, e il "corpo a corpo" con la parola in ciò che scrivo è una cifra quasi ossessiva che mi appartiene per intero... Si accosterebbero così, in rapida successione, due idee di poetica all'apparenza opposte; dico all'apparenza, perché la verbosità fine a se stessa contro cui muovi i tuoi strali è un territorio che conosco bene, un’area minata a continuo rischio di implosione...

 

Enrica – Sì, mi piace l’intuizione di fondo. Pensavo che si potrebbe addirittura aprire la serata proprio dalla contrapposizione, se di contrapposizione si tratta, di modi diversi di intendere e piegare la parola. Tanto per dire... per seguire la tua citazione di una mia espressione, in merito agli “arrotini” della parola, non sono certa che si sia poi così distanti nell'ossessione, solo lo siamo in direzioni forse differenti. Quanto a me, posso dire che questa ossessione è mossa dalla intima convinzione della insufficienza della parola, di per sé sola, della sua incapacità di aderire al "sentire", al pensiero emozionale, il quale si veste di parole solo col successivo pensiero razionale. Ne consegue il tentativo del suo superamento, dico meglio della strumentalizzazione della parola poetica che - nella sua ansia di aderenza al pensiero - piuttosto che riflettere su se stessa, sceglie di non “elevarsi”, ma di “prosaicizzarsi” per cercare di diramare in immagini e rendere un ritmo cosicché si percepisca non la parola ma il “sentire”; e per far questo attinge a piene mani alla realtà fenomenica immediatamente percepibile e ad una forma espressiva diretta, fatta a tratti di linguaggio crudo, semplice, che rifugge dalla ricercatezza anche nella costruzione sintattica, perché vuole comunicare immediatamente. Insomma starei per dire che la mia parola, paradosso dei paradossi, si propone di farsi dimenticare appena detta, appena letta, a vantaggio della evocazione del "sentire" che scalpita per prendere corpo “attraverso” il veicolo-parola... Certo, ciò nelle intenzioni, che poi io ci riesca è tutt'altra faccenda, perché anche l'elaborazione di questo “modo” espressivo non è meno laboriosa e, se devo essere onesta, non sono certa di riuscirvi efficacemente...

 

Roberto – Correggimi se sbaglio, Enrica, se non capisco male ti sta a cuore uno sforzo di parola che finalizzi ogni risorsa di stile allo smontaggio di un piedistallo stabile, il tutto teso a cogliere il "sentire" in un fervore prelinguistico... Il punto è che in entrambi gli approcci il segno si fa "sdrucciolevole", e ne ostenta l'autocoscienza per dritto o per rovescio; mi chiedo però che senso abbia, per quanto venato d'ironia, un approccio preventivo ad escludere, chi "arrota" palesa comunque spesso una propria umilissima nudità, anche quando utilizza termini desueti e costruzioni "difficili" (vedi Zanzotto); e la prima nudità è proprio la consapevolezza che il segno mente comunque, ma non per questo lascia il campo a un "sentire" che non mente; perché quel "sentire" è già parola superambigua, quello che "scalpita" è talmente misterioso e multirifrangente che ha tutte le ragioni per arrampicarsi nei suoi dolorosi corpo a corpo, nel fare e disfare i pallottolieri della lingua. La cosa è stimolante, penso che un reading a due voci su questa palestra di roccia dalle cenge mobilissime sarebbe molto stimolante...

 

Enrica – Sì, non posso darti torto quando dici che quel “sentire” è già parola superambigua che condensa tutto il mistero dell’intimo: è appunto l’ineffabile a cui, io credo, chiunque scriva tende a dare corpo….come chiunque dipinga, scolpisca o crei, interpreti musica e chi più ne ha più ne metta nella fatica – appunto – di comunicare l’incomunicabile tra simili. Concordo, il segno è “sdrucciolevole” in ogni caso. Tuttavia mi sento di aggiungere che, per quanto mi riguarda, non tendo alla destrutturazione del linguaggio, anzi…anzi…ad una strutturazione talmente semplice, tanto ovvia da rasentare i limiti della banalità, così tanto da non voler essere indagata nella sua struttura, e tuttavia non necessariamente nuda, ecco direi piuttosto: discorsiva. Questo intendevo dire. Piuttosto propendo appunto per la “de-mitizzazione” della parola in sé. Insomma ciò che mi piacerebbe è che la parola lasciasse passare al lettore non se stessa, ma un’immagine, anche surreale, purché gli lasci in bocca senza mediazioni e senza sovrastrutture “un profumo o solo un’idea, …anche appena un sospetto a ronzargli dentro”. Faccio un esempio, qui su un tema riconoscibile, come “la pioggia”:
“Anima di lana” Piove,/ piove da giorni,/ mi pare che piova da epoche,/ da ogni versante della Rosa dei Venti. //C’è di nuovo/ che non cerco ripari/ né ombrelli/né fughe all’equatore.//Cosa vuoi che mi accada?//È un pezzo/ che sono/infeltrita”.
La struttura sintattica, come dicevo, è banalissima, discorsiva, quotidiana, immune da sperimentalismi, cosicché, io spero, al lettore passi inosservata e rimanga invece la sola immagine di una pioggia incessante col suo rumore che confonde, assorda e la sensazione tattile, tutta corporea e in contrapposizione all’incorporeità dell’aspetto “animico”, di una lana ruvida, ingolfata dalle precipitazioni a cui nemmeno ci si sottrae più. Questo io spero che passi, senza interpretazioni cerebrali. Dunque, Roberto, ti obietto: io non ne faccio una questione di esclusione, affatto, affatto! E come potrei escludere? Chi sono per farlo? Non ne ho intenzione. Io non ne muovo un giudizio di valore ma di sola predilezione. Per fare un raffronto con un ambito di più immediata percezione, quella visiva, è “come se” dicessi –in piena umiltà e consapevolezza dei miei limiti, senza volermi vestire di sapere che non ho – è, dicevo, “come se” dicessi, tanto per fare un esempio, che tra Picasso e Magritte, beh, io preferisco Magritte. Perché mentre per comprendere il primo (nella sua espressione più avanguardista, intendo) devo disporre di un decodificatore culturale, per sentire a pelle il secondo ciò non mi occorre, perché l’autore per farsi comprendere usa i segni-oggetto della realtà che sono facilmente comprensibili, e tuttavia destabilizza l’osservatore perché ne sovverte la contestualizzazione; cosicché l’immagine, che pure trattiene a sé la sua origine concreta e resta semplice in sé, anche quando abbondantemente aggettivata, diventa poi visionaria e induce l’emozione. Non so, forse è solo un mio modo di percepire le cose sin troppo tradizionale, ma sta di fatto che mi domando: posso dire, Roberto, di aver raggiunto una piccola meta se l’immagine degli “…autori /quelli che arrotano parole” continua a ronzarti dentro ed ha aperto questo dibattito? Io spero che nella tua mente si sia materializzata l’immagine della mola che arrota e corre veloce cadenzata dal pedale spinto dal poeta, da te stesso che ora rallenti ora accelleri… e che tra le tue tempie abbia preso a sibilare e poi rimbombare lo stridore della parola-lama da te stesso affilata e ri-affilata, che la guardi, la annusi, la sistemi e la ri-affili ancora, come tu dici, fino allo sfinimento! Se è così, come spero, se anche quel solo verso ha suscitato questa immagine e questi rumori, che dirti, a prescindere dalla “fazione”, credo che il mio verso abbia raggiunto lo scopo che si prefiggeva…un reading a due sarebbe entusiasmante su questi diversi crinali, non prima di aver letto e compreso ogni tua singola parola…sei un contraddittore decisamente invitante.

 

Roberto - Con franchezza, Enrica faccio un po’ di difficoltà ad associare un moto “di sola predilezione” a un testo cruciale di apertura della tua raccolta, vera e propria dichiarazione di poetica “per contrasto”, in cui scrivi tra l’altro:

“non sopporto quei poeti

irrispettosi del lettore,

che lo riducono all’angolo del difficile dilemma

tra fiondarsi in faticose ricerche letterarie,

pur di non cedere al pensiero

di smascherarsi incolto – o peggio, idiota

Qui non è in gioco la gradazione più o meno sfumata o ironica dell’invettiva, quanto la definizione precisa di un’idea di poesia da rinviare all’ipotetico mittente di un’esecrata consuetudine; su cui mi viene naturale fare qualche osservazione in più. E cioè, essendo a tutti gli effetti un inesausto “arrotatore” di parole, non posso non annusare nella tua invettiva una semplificazione che forse manca, per metonimia difettosa, l’unico obiettivo possibile. Che, stando a quanto scrivi qui, non dovrebbe riguardare né l’arrotazione in sé, né il vizio di un’esibita letterarietà a scapito delle sinapsi del povero lettore, ma piuttosto le secche ubiquitarie, oggi diffusissimme, di una "non-poesia" che traballa su piedistalli egotici sempre più gonfi, spesso sempre più poveri...
Quei pochi versi che riporti, Enrica, centrano poeticamente il bersaglio, rendono la tua pioggia una miniatura significante altamente evocativa; ma se l’arrotare vale anche e soprattutto per sottrazione, vi si avverte una grande perizia nel saper isolare nei tuoi versi brevi unità fonosemantiche piene, ben definite ed armoniche; e di un “sentire” originario a monte, da riafferrare a ritroso per cogliere una qualche scaglia prelinguistica di universalità, io non sento alcuna mancanza; ciò che mi interessa e su cui mi interrogo è piuttosto come il testo ricostruisca da zero un ponte universale di suggestioni, e lo faccia solo illusoriamente traducendo il “quid” di un sentire che affiora; ma quello che affiora, l’unica forza che si possa decrittare in qualche forma che non la tradisca troppo, a me sembra quella disposizione a scomporre e ricombinare l’universo linguistico di cui siamo intrisi, in un modo o nell’altro, per arrivare al mistero di una forma compiuta, di cui di volta in volta ci si riscopre spettatori, prima che mandanti. E allora, tornando allo spunto iniziale: vi sono sicuramente moltissime parole “astruse”, ad esempio, in ciò che scrivo, ma il meccanismo della loro selezione appartiene alle variabili di un azzardo complesso, sempre lo stesso, che di volta in volta si rinnova a scommetterne un qualche senso poetico; sullo sfondo, l’hic et nunc di quel microorganismo strutturatissimo, anche se apparentemente semplice, che è ogni componimento frutto di quel “corpo a corpo” neuronale, quasi fisico, con la parola. Ecco che ad esempio l’”astrusità” della parola, se può definire una sua qualità semantica obiettiva in prosa, in poesia può definire molto meno, quando i fili complessivi del suo annodarsi ai suoi paraggi di forma comprendono variabili di tutt’altro tipo (fonetiche, prosodiche, ecc.) perché la trama regga, almeno nel suo rinnovare l’azzardo. Nessun bilancino preventivo, solo la febbre di un incastro multiplo, o la presunzione di abilità di un vigile che regola un traffico densissimo e superveloce all’incrocio di sé col mondo, con la sola forza delle sue palette rosse e verdi, senza semafori preventivi...

 

Enrica - Dunque, vado alla replica rinviandoti ai versi successivi a quelli che richiami, dove al polo opposto, nel dilemma, l’alternativa che viene istigata al lettore è quella di passare altrove, più gaudente, l’attenzione…. Naturalmente, inutile soffermarvisi, le semirette che racchiudono l’angolo del dilemma, al tempo stesso ne definiscono uno spazio in cui le sfumature sono numerose, ma, appunto, è inutile soffermarvisi.
Se mal non comprendo, ciò che metti in discussione è la mia presa di posizione faziosa, che avverti preventiva, il contro-verso che si porge come antagonista provocatorio e che potrebbe odorare di esclusione di alcune forme espressive e di ottusa semplificazione. Se così è, mi sento di poter fare un’ulteriore specificazione. L’arrotazione in sé come tu la intendi, quel “corpo a corpo” del vigile, con le sue palette rosse e verdi, finalizzato a cercare una forma e a rendere lo sforzo che produce “la febbre di un incastro multiplo nel traffico densissimo e superveloce all’incrocio di sé col mondo” (…ecco, vedi, se queste tue parole fossero frutto della mia mente, continuerei ad arrotarle, poiché per me evocano un’immagine immediata), l’arrotazione così intesa, dicevo, non è l’obiettivo del mio stiletto… posso avvertire il tormento che accompagna la ricerca de “l’incastro per il vero”… trasuda dai versi del tuo “Rebus”: Oh costa fatica decidere/quali puntini unire/spazi da sovrascrivere/per far da sé, frinire/cicale un poco olistiche/fonemi troppo bari/per tornate enigmistiche/di asterischi lunari/in rebus frase zero;/ila olla rei osa,/l’incastro per il vero/neurale fa le bizze, mette cosa” …! Lo è invece la letterarietà che si appaga del suo virtuosismo, che declama la sua erudizione e la costruisce per il compiacimento fine a se stesso. Di fronte a ciò l’io lettore (e uso il pronome personale in senso proprio) si sente messo all’angolo. Ma non c’è esclusione di alcunché in ciò. Ogni forma, ogni termine, anche astruso, senza paletti all’ingresso, può avere il suo fascino e può risultare efficace, senza preclusioni di sorta. Non credo che ci sia alcun decalogo a cui attenersi per scrivere. Solo, io dico, a me il verso giunge quando mi comunica una suggestione. Dunque che accade? Che nell’accostarmi alla lettura, se non mento a me stessa, può accadere che scava e scava e ri-scava ancora, di alcune parole in sequenza mi resta solo una sequenza di parole che non comunicano alcunché, non mi raggiungono; che anzi, irritano, mi irritano per la mia incapacità di riuscire a darvi senso, a trovare una chiave per coglierne la suggestione, il significato che è pur’anche un tutt’uno, io credo, con la forma. Perché di questo poi si tratta, di comunicare. Torno a dire che ne faccio una questione di predilezione e non di giudizio. Perché? Perché sono profondamente convinta che il mio “sentire” - sì, “percepire”, anche la parola, come fonema e, mi spingo a dire, anche come grafema – non è la misura di tutte le cose. Cosicché anche laddove io non trovo che tediose acrobazie verbali, non solo posso capire che proprio quella sperimentazione può essere foriera di inimmaginabili scenari, ma anche che ci sarà più d’un lettore, tra cui evidentemente non io, che sia raggiunto giustappunto da quelle acrobazìe e non invece dall’immagine e dal quotidiano che raggiungono me. Torno a fare un esempio, per essere più chiara. Come posso semplicisticamente tacciare di “astrusità” e per questo “eliminare” Stockhausen solo perché non riesco a comprenderlo? Non dispongo degli strumenti per assaporare la musica attraverso il filtro della sua concettualizzazione e se devo essere onesta (senza cedere alla tentazione, per accaparrarmi approvazione, di ostentare il gusto per l’avanguardia se non mi è proprio) non ho voglia di concettualizzare la musica, preferisco che mi raggiunga, preferisco l’ascolto delle sequenze di note che fanno vibrare le mie corde, che sia la lievità di Debussy o le rabbiose spigolosità di Petrucciani; cosicchè dopo aver ascoltato l’una e l’altra forma, senza volerle incasellare, cosa mi impedisce di dire quale preferisco, come fruitore? E tuttavia so che c’è invece chi viene raggiunto proprio da ciò che non raggiunge me. Dico, semplicemente e senza infingimento, che la sequenza delle note e dei suoni di Stockhausen, a me, personalmente, distrae piuttosto che coinvolgermi; non comunica, ma sono certa che ciò accade anche per la mia incapacità di comprenderlo, cosicchè finisco col cambiare disco o per spegnere la musica e passare ad altro. Come fruitore di musica, se per assaporarla debbo partire dalla genesi, studiare la storia della musica, penetrare i segreti della dodecafonia e ritornare al gusto e alla suggestione del rumore…beh, come ascoltatore lo trovo faticoso, la sua suggestione non mi raggiunge immediata. Dunque in questo scenario in cui riconosco il diverso da me, come lettore, mi ascolto e posso ben dire ciò che mi raggiunge e ciò che no. Può darsi che faccia storcere il naso, che sappia di approccio semplicistico, anti-culturale, ma così è, per me ovviamente. Starei per dire allora, con Brecht, che mi accomodo dalla parte del torto, poiché pare che tutti gli altri posti siano occupati...

 

Roberto – Forse ciò che fa la differenza, Enrica, al di là dello strumentario esibito, è quel discrimine sempre più aleatorio e aggrovigliato che separa, a monte, uno sforzo creativo “onesto” da un suo “alias” sempre più onnivoro, divoratore a oltranza di codici e convenzioni; ciò è accaduto ovunque, in forme più o meno radicali, spesso per futili motivi o, comunque, caricando l’espressione artistica di una sbrigativa aderenza ai “nuovi veri” della speculazione scientifica, contro il “falso” ad oltranza dei vari codici disponibili; e forse la scommessa dell’artista, oggi più che mai, è farsene carico elaborando forme che non tradiscano l’idea, seppure remota, di un qualche ponte ancora possibile, non sagomato tra formule vuote e algoritmi, che punti ancora al “cuore”; e oggi non mancano segnali incoraggianti. Dopo il radicalismo di Stockhausen, oggi, per fortuna esiste un Rihm, o magari da noi un Battistelli, autori sopravvissuti alle macerie ideologiche della post-tonalità che cercano onestamente di fare musica “colta” nel presente rifiutando scorciatoie neoromantiche o neominimaliste, senza rinunciare all’idea di poter “parlare” ancora un idioma riconoscibile... Lo spazio di manovra è strettissimo, in poesia come in musica, ma la sfida nasce forse proprio da qui...