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"Oscuro Centro" di Fabiana Frascà

Lunedì, 1 Febbraio, 2010
a cura di Roberto Ranieri

Sfogliando le quartine de "L'Oscuro centro" di Fabiana Frascà, si avverte a caldo una specie di oscillazione, che in seconda lettura sembra isolare le virtù attrattive dei poli "io" e "tu". Più precisamente: l’oscillazione sembra distillare, fra i due poli, gli opposti di una folgorazione analogica “ad infinitum” e di una ricreazione metaforica “ad finitum”. Quando cioè il "tu" prende in mano le redini grammaticali del verso, parrebbe imporre la propria fisicità di “altro da sé” al segno, bloccando ogni moto “ad infinitum” della propria lettera; la metafora allora si appiattisce nel rasoterra dei corpi, diventa più narrativa, risucchiando l’io sulla scia di una condivisione molecolare che, colpo su colpo, sembra modellare l’iterazione dell’amplesso su quella di un persistente cortocircuito. Qui il “microfilm” della quartina diventa successione di fotogrammi, e tutto il pregio della pellicola sta nel virtuosismo del montaggio:

 

Sciogliti ancora e gemi nel mio centro
Ancora, voglio ancora un altro amplesso
Non staccarti, no, resta ancora dentro.
Sono o non sono la tua dea del sesso?

 

Se la “parola”, la singola scaglia verbale che innesca la costruzione, riporta invece all’io o le sue pertinenze, ne esce qualche cosa d’altro, che mi pare completamente differente. L’io sembra fecondare allora in un proprio solco separato ogni precedente molecola attrattiva, cosicché l’effetto è quello di un’inquadratura unica, in uno zoom di avvicinamento “ad infinitum”, in cui via via si precisano le relazioni fra i dettagli dei corpi in gioco, immobili:

 

Passione indiavolata è la mia sorte
Iniettata dal sangue sulle dita
Che fremono scavando la mia morte.
La morte che mi schianta nella vita.

 

Fra questi due estremi, si dà forse la vera natura della “variazione” di quartina, non tanto involucro per le variabili allitteranti di un unico flusso, quanto strumento per regolare il traffico fra l’io e il tu, tenendo conto che ogni licenziosità sessuale apparentemente “forte” ed esibita sembra piuttosto il segno di una sutura reiteratamente tentata tra i pezzi di un’unità metapronominale mancata, con ogni sfumatura intermedia:

 

Come il solco dipana la sua traccia
Con la bocca le rive mi percorri.
A morsi questa carne viva straccia
E dentro le mie vene ancora scorri.

 

C'è un'anima molecolare, in questa scrittura, che ondeggia fra la soglia di transiti oltremondo e la scaglia contingente a tiro dei sensi, solo apparentemente contigui e sovrapponibili nel filo di una lunga, interminabile collana...

 

Fabiana Frascà è autrice di L'Oscuro centro uscito per Perronelab a dicembre 2009.