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Invia il linkNelle camere d’albergo, persino il tempo è in bilico, tra un viaggio e l’altro – muoversi sembra più dignitoso che fermarsi in un luogo cui non si appartiene, e che non si ha il tempo di fare proprio. Così, per quanto si sforzino (3, 4, 5 stelle), l’atmosfera, dovunque, è la stessa: alla fine, si bada sempre a non lasciare nulla di sé, tra le quattro pareti di una camera d’albergo. O a lasciarvi cose che non avrebbero un altro posto dove accadere, se non la nicchia discreta
e subito dimentica della stanza di turno.
Eppure, anche se ignorate, le camere d’albergo hanno accolto la stanchezza che il viaggio, come un significato subliminale, ci lasciava addosso perché dessimo il giusto peso al nostro andare. Ma c’era sempre uno strano imbarazzo, un presentimento di transitorietà, una diffidenza verso le porte e le tende. Sentivamo che, come una metafora scontata eppur vera, le camere d’albergo scimmiottano la nostra essenza di stanze provvisorie, ci somigliano più di quanto vorremmo – il nostro via vai di sentimenti, la permanenza limitata delle certezze, la stagionalità delle nostre percezioni. Intuendolo, facevamo di tutto per non ambientarci, per lasciare fredde le lenzuola e la memoria. E finisce che le camere d’albergo le ricordiamo, attraverso gli anni, solo per il contorno (il motivo della visita, il luogo, le cose che potevano succedere), o i particolari: il posacenere un po’ kitsch, la fantasia della moquette, i due quadretti identici sopra alla testata del letto. E gli asciugamani rubati, come una vendetta per la mancata affezione.
L'Autore
Autori Vari. Questa antologia rientra nel progetto delle instant-anthology mensili e raccoglie i racconti più interessanti arrivati nel mese di dicembre sul tema "IN ALBERGO".


