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Le parole di chi ce l'ha fatta

Mercoledì, 21 Ottobre, 2009
Intervista a Simona Lo Iacono

Per un autore esordiente la cosa più importante è iniziare quel lento processo di costruzione di un pubblico che differenzia chi scrive solo per diletto dal vero scrittore. Il romanzo Tu non dici parole di Simona Lo Iacono (Perrone LAB, 2008) è sicuramente riuscito nell'intento risultando vincitore del Premio Vittorini Opera Prima e piazzandosi al primo posto tra i più venduti di sempre del marchio LAB. A distanza di un anno dall'uscita ci è sembrato interessante conversare con l'autrice per sapere qualcosa di più delle sue emozioni ma anche del percorso lungo un anno fatto insieme a questo libro.

 

 

A quasi un anno dall'uscita di Tu non dici parole come ti senti? Qual è il tuo bilancio personale?

 

Mi sento grata. Ed è quindi un bilancio di gratitudine. Verso chi mi ha seguita con amore e abnegazione, verso chi ha voluto ascoltare la mia storia, verso i personaggi, che come sogni notturni hanno avuto pietà di me, hanno raccolto la mia voce e l’ hanno trasformata.

 

Il tuo libro è stato il più venduto del marchio LAB finora, cosa pensi abbia convinto il pubblico?

 

Forse quello che ha colpito della protagonista della storia (Francisca Spitalieri, terziaria Francescana di Bronte, vissuta nel 1600, perseguitata dalla Santa Inquisizione e infine arsa sul rogo per aver “rubato” parole), è ciò che ha colpito anche me quando ho scoperto la sua vicenda nelle “Cronache e leggende di Sicilia” di Luigi Natoli. La condanna senza difesa. Il giudizio del cuore ancor prima di quello del tribunale. L’arrochirsi del pianto innanzi all’impossibilità di dire. Di replicare. Ecco…credo che chi scrive debba essere partecipe di quelli che sono i destini di infelicità dell’uomo, della sua fragilità, del suo essere in viaggio, viandante e pellegrino.
Credo che la scrittura debba compiere una silenziosa rivoluzione, dare voce a chi non ce l’ha o non l’ha mai avuta, raccogliere i lamenti dimenticati, dare un senso al segreto, al mistero. Stare dalla parte degli ultimi.

 

La vittoria del Premio Vittorini Opera Prima è stata la ciliegina sulla torta di un percorso letterario importante, raccontaci le emozioni di quella sera.

 

È stata l’emozione più grande della mia vita dopo la nascita mio figlio. Il teatro greco che illanguidiva nelle luci serali. La cavea di pietra, bianca, erosa, che avviluppava in un abbraccio. I bagliori della luna, un vento che si aggirava come un personaggio e – soprattutto – tutte le persone che amo nella mia vita vicine a me. Gli sguardi degli amici, le lacrime di mia sorella, il passato ripercorso come se dovesse trovare approdo proprio lì, in quel momento, quando Fabrizio Frizzi mi ha consegnato il premio e io l’ho dato a mio figlio.
È a lui, al mio bambino (che è salito sul palco con me) che questa storia – tutte le storie – è dedicata.

 

Nel complesso il tuo libro può considerarsi un successo considerando che era una prima pubblicazione, puoi raccontarci qualcosa in più di quest'anno così particolare?

 

È stato un viaggio, un misterioso percorso che ancora continua e che mi trascina tra paesaggi, paesi, linguaggi. È come se il fantasma benigno di suor Francisca avesse deciso di guidarmi in una navigazione senza terra, un miraggio di isole sempre la lambire, di tramonti da cercare. La prima impressione della sua presenza l’ho avuta a Bronte, dove l’amministrazione comunale mi ha invitata per ricordare la sua concittadina, morta in circostanze così atroci proprio lì, dove gli alberi di pistacchio frastagliano i campi e la terra è dura, nera, di lava.
Ecco… quel giorno è stato come un guizzo di memoria ritrovata, risanata. Era – casualmente – proprio il 21 Marzo, giorno dell’equinozio di primavera, lo stesso giorno in cui, nell’anno 1638, suor Francisca fu condannata.
Quel 21 Marzo Bronte si è imbiancata sotto una nevicata improvvisa, il nero del vulcano si è inverginato di un velo da sposa.
Siamo rimasti tutti a guardare, in silenzio, quel saio di gelo che faceva svaporare il ricordo del rogo.

 

 

Hai fatto tantissime presentazioni soprattutto in Sicilia. Quanto è importante per un autore che esordisce il contatto diretto con il pubblico e anche quello con il territorio d'appartenenza?

 

Credo che l’innesto di una storia nel territorio che l’ha originata sia un dono per uno scrittore. Poter sentire, poter odorare, poter toccare. Tutto evoca un altro romanzo, parallelo a quello che si è scritto, un romanzo fatto di volti, di mani da stringere, di parole da interpretare. Le presentazioni dei libri nella terra madre, nella terra ventre, sono come un approfondimento della storia. È come se si svelasse anche a chi l’ha scritta, come se si riscrivesse negli occhi di chi la legge, come se rimbalzasse di bocca in bocca.
È il miracolo della parola, dell’atto creativo per eccellenza che si rifà, e si rifà e si rifà. In mille e un modo. In mille e una notte.

 

 

LAB è un progetto editoriale sperimentale e in continua evoluzione che punta molto sul rapporto di collaborazione autore-editore, come ti sei trovata e cosa ti senti di consigliare agli autori che usciranno in questi mesi?

 

Io posso solo consigliare di lasciarsi guidare dal proprio personaggio, di assecondare i suoi battiti, i suoi sogni, i suoi misteri. Di lambire la strada che ha percorso, di affidarsi alla sua magia, al suo istinto nell’affiorare alla luce dai sogni. La collaborazione con l’editore è fondamentale, in questo. Credo che l’editore, ancor prima dello scrittore, debba credere nell’incanto. Nella storia. Nel suo destino.

 

 


Progetti per il futuro? Sei al lavoro su un nuovo romanzo?

 

Lavoro sempre a un romanzo, anche quando non scrivo. Le storie scavano in me incessantemente una voce, una condizione dell’anima, un’identità. Non c’è attimo della mia vita in cui io non mi stia raccontando una storia. Il futuro è questo: continuare a sognare.

 

 

Simona Lo Iacono è autrice del romanzo Tu non dici parole uscito a novembre 2008.