Salta navigazione.

Il poeta-fotografo...

Mercoledì, 21 Ottobre, 2009
a cura di Enrico Piccinini

Non è raro che chi si occupa di letteratura abbia un buon rapporto con la fotografia. Basti pensare a Giovanni Verga, ottimo fotografo, o che il più bel libro sull’arte fotografica l’abbia scritto un linguista: Roland Barthes. Personalmente fotografo e scrivo perché sono due attività che appartengono a due universi opposti i quali, per autodeterminarsi, sono costretti, volenti o nolenti, a coesistere. La fotografia è massimamente necessaria (laddove il termine “necessario” è inteso nella sua accezione scientifica: che non può non essere) ed ha come referente la realtà empirica. La poesia, al contrario, è massimamente possibile e non ha come referente la realtà empirica. Ciò che viene fotografato, infatti, per quando assurdo possa apparire, è NECESSARIAMENTE dato dal mondo sensibile. Per assurdo: se un pittore iperrealista dipingesse una sedia, la documenterebbe meglio di quanto farebbe una fotografia mal eseguita, fuori fuoco o eccessivamente contrastata. Pur tuttavia quel quadro sarebbe recepito, dal destinatario, come una “possibilità” (quella sedia forse è esistita, forse no), la fotografia come inconfutabile certezza (se ho potuto fotografare una sedia, quella sedia esiste o è esistita). Della stessa materia d’una pittura è fatta la poesia o, per lo meno, la poesia che io amo. I versi attingono ad una realtà onirica per rendere più vera quella empirica. Ecco perché scrivo e fotografo. Perché, come tutti, ho bisogno tanto di incrollabili certezze quanto della speranza che, insieme alla paura, risiede nell’indeterminatezza. Però. C’è un però. Il vecchio e caro Platone distingueva le arti in Ctetiche e Poietiche. Le arti ctetiche erano tutte quelle arti che prendevano alla natura ciò che essa già possedeva. Ad esempio la caccia o la pesca. Le arti poetiche erano, invece, tutte quelle che aggiungevano alla natura ciò che essa non aveva. Ad esempio la poesia o la pittura. Può sembrare una banalità questa distinzione. Ma bisogna ricordare che, per l’uomo arcaico, il confine tra le due arti non era distinto. Rappresentare una scena di caccia significava, in qualche modo, propiziarsela. Era quello il tempo dell’uomo simbolico. Mi sembra evidente che la fotografia, contrariamente alla poesia, abbia molte più caratteristiche tipiche delle arti ctetiche piuttosto che di quelle poietiche. Ciò, antropologicamente, spiega come accada che nessuno abbia problemi a posare per un ritratto pittorico mentre quasi tutti provano un grande imbarazzo, se non addirittura fastidio, a farsi fotografare. I popoli primitivi hanno paura che la fotografia rubi loro l’anima. Ebbene: hanno ragione. E nessuno lo sa meglio di un fotografo che viene letteralmente posseduto, al momento dello scatto, dall’istinto della caccia. I suoi soggetti sono vere e proprie prede. Ma la Poesia? La Poesia è davvero solo ed esclusivamente appartenente alla sfera poietica? Non lo credo. Certo è vero che i versi giocano con le Parole le quali, si sa, sono pure convenzioni pertanto “aggiunte” alla natura dall’uomo. Ma è pur vero che non sono particolarmente incline a ritenere la Parola, né tantomeno il significato che essa veicola, il tratto fondamentale di un’opera in versi. Credo, invece, che a rendere una serie di Parole una Poesia, e non altro, sia la “Voce”. Quella Voce che arriva prima che le parole acquisiscano significati e si organizzino in una lingua. C’è, a questo proposito, un mito Greco che illustra bene la questione. Quello della Ninfa Eco e di Narciso. Eco si innamorò di Narciso il quale, tutto preso dalla sua bellezza, non le prestava attenzione alcuna. Quando Narciso morì, a causa della sua stessa vanità, la Ninfa s’assottigliò talmente tanto da divenire solo una flebile Voce. Sono portato ad interpretare così il messaggio: quando una parola smette di possedere l’oggetto cui si riferisce, non cade nel silenzio ma torna ad essere la pura Voce da cui è scaturita. Questo fa la poesia: pone le Parole sulle tracce di quella Voce pre-babelica, che le ha originate, tentando di riappropriarsene. Sotto questo punto di vista, solo sotto questo, la Poesia è un’arte ctetica al pari della caccia o della fotografia. Ma la fotografia? È davvero solo un’arte ctetica? Quanto c’è di poietico in essa? Molto, moltissimo. Basti dire che quell’immagine direttamente carpita alla natura è ferma. E la natura si muove incessantemente. Questa stasi è “aggiunta” alla natura. Pertanto c’è poiesi. Si percorrono, dunque, due movimenti inversi: la fotografia codifica, da un tutto generale, un istante particolare. La Poesia decodifica in un tutto generale, un lemma particolare. Due azioni cinetiche che si completano vicendevolmente.

 

Enrico Piccinini è autore della raccolta poetica Klinamen in uscita a ottobre 2009.