Intervista a Marco Medugno
Personaggi autentici e dai contorni ben delineati, tratteggiati da un occhio attento ai particolari. Attese e intense riflessioni sul passato e sul futuro. E ancora, scelte e incontri che guidano verso strade e direzioni altrimenti non percorse, o forse addirittura non percorribili. Sono questi gli ingredienti del mondo in cui Marco Medugno, con il suo romanzo Non più solo, ci offre l’opportunità di immergerci.
Ale ha circa la tua età, anche lui studia Lettere. Apparentemente, quindi, avete delle caratteristiche in comune. Quanto vi assomigliate realmente?
In realtà molto poco, se non per quelle due evidenti caratteristiche. Il fatto che Ale sia iscritto alla facoltà di Lettere ha permesso di muovermi all’interno di un ambiente che conosco e che posso reinterpretare, senza necessariamente far coincidere il mio punto di vista con il suo. Penso che un personaggio non sia qualcosa di esclusivamente autobiografico, ma un insieme di invenzione e vissuto e la linea che separa una condizione dall’altra, la distanza, è chiara solo all’autore. Per l’età vale lo stesso discorso. Probabilmente, se fosse stato iscritto a Matematica o a Medicina, sarebbe stata tutta un’altra storia.
“Lava i piatti, poi li lascia sgocciolare. È sempre il solito servizio, quello con meno piatti fondi e con dei disegni floreali degli anni ’70, arancioni e marroni, che sembrano ranuncoli stilizzati. Una volta li odiava, sono sempre stati scomodi perché poco fondi, brutti perché esteticamente retrò, perché gli ricordavano l’arredamento spiccio di una casa in affitto al mare. Ma ora spera che rimangano così per sempre. Sono parte di lui, dell’appartamento, come la muffa sull’umido angolo del salotto che guarda a nord, in cui non batte il Sole, come gli infissi che scricchiolano e lasciano entrare spifferi d’aria, rifugio per le cavallette d’inverno, come i buchi nel parquet, labirintiche tane d’invisibili tarli”. Quanto è importante per te la casa? Quanto sei legato agli oggetti, alla consistenza delle cose?
La casa, anche nel vero e proprio senso fisico del termine, mi è sempre sembrata parte integrante nella vita dei personaggi. Dopotutto, noi siamo gli oggetti che possediamo, quelli che regaliamo, perdiamo o desideriamo – e gli oggetti saranno ciò che resterà di noi. Lo stesso vale per i luoghi, nei quali lasciamo tracce spesso indelebili che segnalano la nostra presenza, che permettono ad altri di ricordarsi di noi e a noi di rivivere in loro. Così i personaggi si muovono in un ambiente che investono di riferimenti, simboli ed epifanie. Ale per la prima volta si trova, da solo, a creare un piccolo cosmo, a costruirlo, a renderlo suo, lasciando, appunto, delle tracce attorno a sé, che ritroverà anche dopo il ritorno, che lo accompagneranno dall’inizio alla fine. Credo quindi nell’idea di Proust, di Woolf, di Joyce sugli oggetti, sul loro potenziale magico, sulla loro capacità di scatenare ricordi o, comunque, di rinviare a situazioni grazie alle quali passato e presente si mescolano.
Ale si circonda e nutre di libri. Nella tua vita che posto hanno? Quali e come ti hanno cambiato?
Ale si circonda e si nutre di libri tanto da accorgersi (e temere) di non essere più autentico, di non essere più se stesso ma qualcun altro filtrato da una tradizione letteraria. Così ogni fatto, ogni sensazione, ogni circostanza diventa l’occasione per scovare un riferimento a qualcosa che ha letto. Almeno, fino ad un certo punto della sua vita. Nella mia sono una fonte, penso inesauribile, d’ispirazione. Per quanto riguarda la scrittura, i libri per ora sono tanti fari, piccoli e grandi, da seguire. Alcuni hanno cambiato la prospettiva, il mio modo di guardare il mondo, puntando la luce su situazioni e realtà distanti, ma con costanti universali che comunque hanno permesso di renderli vicini. Penso che ogni scrittore impari dalla tradizione che ha alle spalle, ma poi in qualche modo trovi la maniera di imboccare la sua strada, così i libri letti servono da indicazioni, da aiuto durante il tragitto. Penso anche che per ogni storia sia necessario un diverso approccio, così scrittori che mi hanno influenzato per un romanzo o per un racconto, potrebbero non avere alcun peso in altri lavori o restare, comunque, in sottofondo.
“Spera che arrivi presto domani, eccitato dal ritrovato sapore del mistero che riesce a conservare il futuro”. Il tuo romanzo fa riflettere sull’imprevedibilità del futuro, sulle opportunità svelate dagli incontri, sulla possibilità. La storia che racconti ci fa pensare, però, anche alle azioni mancate, alle alternative perse dopo la scelta di una direzione. Ti capita di fantasticare su queste strade non percorse?
Sì, spesso e, anzi, direi che le storie, i racconti o anche i romanzi sono l’unica opportunità di vivere le strade non percorse. O, meglio, di dare la possibilità ai personaggi di farlo, sostituendosi, come autori, al destino. La letteratura apre le porte agli universi del possibile. Nella linearità del presente penso che, scrivere, sia uno dei pochi modi per deviare, per trasformare un’occasione persa in una nuova esperienza.
Marco Medugno è autore del romanzo Non più solo in uscita a ottobre 2009.
