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Intervista a Jacopo Masi

Mercoledì, 21 Ottobre, 2009
a cura di Cecilia Caperna

La parola poetica di Jacopo Masi, classe 1978, conquista, affascina e conduce il lettore alla scoperta di uno spaccato di vita attraverso l’affiorare di oggetti e gesti quotidiani, attraverso i ricordi e i pensieri di un anziano matematico, protagonista solitario e memorabile di questa raccolta di poesie.

 

 

Cominciamo dal principio. Da dove nasce l’esigenza di raccontare in versi, soprattutto in una fase della storia editoriale e culturale del nostro paese in cui la poesia gode di scarsa attenzione sia da parte del pubblico che del mercato editoriale?

 

Credo che il linguaggio della poesia sia un linguaggio diverso, un’altra lingua, un altro modo di legare le parole tra loro e le parole alla vita, al fatto, a ciò che è, un modo di sondare le giunture, le articolazioni. È un altro tipo di ascolto (di auscultazione, forse) che non appartiene ad altra lingua, è esclusivo. Certo, teoricamente la stessa storia, lo stesso evento o stato, la stessa posizione nel mondo (perché in fondo di questo si tratta) si può scegliere di raccontarla in forme differenti. Ma ovviamente la scelta della forma (volontaria o involontaria che sia) implica una scelta nella posizione, nella sua declinazione, nel suo significato e direzione: ognuno è un percorso diverso nella creazione del senso. A un orecchio diverso corrisponde una lingua diversa. Per quanto riguarda la questione del pubblico, è evidente che chiunque, nel momento della scrittura, ha un auditorio attorno: quello di tutti i propri io, le proprie orecchie e le proprie voci. Ora, la coincidenza tra questo pubblico, a cui deve essere pienamente fedele (è il pubblico più esigente), e quello del mercato editoriale, non credo sia un problema che realmente lo riguardi, o quanto meno non al livello della scrittura. Perlomeno a mio parere non dovrebbe. Ritengo che solo a patto che la fedeltà al primo pubblico sia garantita, si possa creare una reale comunione tra chi scrive e chi legge. Altrimenti si entra nell’ambito della moda, vale a dire di tutto ciò che, un attimo prima o un attimo dopo, ti fa sentire ridicolo. Infine, non dimentichiamolo, due dei tre libri più venduti nella storia dell’umanità, la Bibbia e il Corano, sono in versi.

 

 

Il sottotitolo della tua raccolta recita “Storia breve di un matematico e della sua guerra contro le formiche”. Dai tuoi versi emerge quasi l’idea di un confronto primordiale. Quella tra uomini e insetti è infatti descritta come una guerra che proseguiva da anni, generazioni. È corretto cogliere un senso ulteriore in questa contrapposizione?

 

Certamente e spero si colga. In realtà c’è una convergenza di vari elementi, tutti reali, che si richiamano metaforicamente (le articolazioni di cui parlavo prima), non per sostituzione (sottrazione) simbolica (non uno per l’altro) ma per coincidenza, addizione (uno con l’altro), per restare in tema. Ne posso indicare alcuni: il tempo, i numeri (come tentativo di razionalizzare il tempo, o più precisamente di renderlo a portata d’uomo, di contarlo, scandirlo), le pietre... E la convergenza, ovviamente, è nel personaggio del matematico, che non a caso, come, secondo una teoria scientifica (probabilmente errata ma suggestiva), farebbero le formiche per ritrovare il formicaio, “conta i passi”.

 

 

Un vecchio matematico, colto nei suoi ultimi giorni di vita, anima le pagine della tua raccolta. Si tratta indubbiamente di un personaggio inusuale, lontano da quella che possiamo immaginare essere la tua realtà quotidiana. Come è nata questa figura?

 

Al contrario, non è un personaggio così inusuale: io faccio parte di quella generazione che, in buona percentuale, ha avuto la fortuna di essere accudita, nell’infanzia, dai nonni in pensione, mentre i genitori erano al lavoro. Erano gli occhi di due generazioni precedenti, quelli che ci guardavano, che ci controllavano e che ci calibravano. E quello che i nostri occhi vedevano era, per varie ore della giornata e poi durante le vacanze, il loro universo, i loro ritmi. Era come un lucernario (rubo la splendida espressione a Heaney) per vedere più lontano, più lontano nel passato e più lontano nel futuro. Sono molto affascinato dalla senilità, mi pare abbia il potere di rafforzare il nostro legame con la storia e quindi di rendere più solida la nostra presenza nel tempo attuale. Mi fa pensare a una corda di due fili intrecciati: è più resistente di un legame lineare. Ed è più ricca. Mi pare abbastanza evidente che il matematico della raccolta non è un matematico di professione ma un matematico “elementare”: le sue conoscenze sono quelle di chiunque, me compreso, abbia studiato un po’ di matematica a scuola, sono principalmente nozioni di base. La sua guerra con le formiche (e con i numeri) non è, per certi versi, dissimile da quella di tanti con il sudoku, o con le parole crociate.

 

 

E penne bic, che il sole aveva seccato./ Il primo numero usciva ricalcato,/ lasciava un segno più bianco/ nel bianco della pagina.

Penne bic. il vecchio orologio da ricaricare ogni giorno. Scontrini, una vecchia agenda. La tua potrebbe essere definita una poesia delle piccole cose, una poesia arricchita dalla presenza di oggetti quotidiani, di gesti nei quali è semplice riconoscersi.

 

Sì, certo. Non sono che l’ultimo, in tutti i sensi, di una tradizione vasta, tanto dal punto di vista geografico quanto da quello storico. All’origine il titolo doveva essere Inventario (che è rimasto come titolo di due sezioni), poi il libro ha preso anche altre direzioni e si è espanso, ha trovato altri terreni e quel titolo mi è parso restrittivo (senza contare che è già il titolo di un’opera di Prevert). È nato come il doloroso inventario che bisogna fare quando un parente stretto o un amico caro muore. Bisogna entrare nella casa, nel suo spazio, per liberare quello spazio. La casa va venduta o data in affitto, se è di proprietà; oppure semplicemente sgomberata. In tutti i modi, gli oggetti vanno fatti sparire. E ogni cosa è una traccia enigmatica, non muta ma neppure esplicita, della sua presenza e della sua assenza al contempo. Il compito di chi resta è quello della selezione e del riallacciamento del residuo. È la creazione di un percorso, di un senso, del significato con cui quello che è assente resterà presente. È una sorta di misurazione della distanza che ci definisce come individui. Che ci identifica.

 

 

Jacopo Masi è autore della raccolta poetica Fuoriporta o storia breve di un matematico e della sua guerra con le formiche in uscita a ottobre 2009.