Me, myself e write
Io mi chiamo Francesco. Alibrandi. E sono nato trentotto anni fa, che ormai sono quasi trentanove. Indubbiamente vicino ai quaranta. Ci ho provato a fare l’università. C’ho provato due volte. Economia e commercio prima. Giurisprudenza poi. Non era per me. Traguardi troppo lontani. Ed io non sono così. Diciassette anni fa ero un ufficiale dei Paracadutisti. Ero molto contento. Ne sono ancora fiero. Non rinnego niente. Ma ora vedo le cose in modo diverso. Ora ho un ristorante con mio fratello. Si chiama Bruto, il ristorante. Ci è sembrato il nome più indicato stando alle spalle del Giulio Cesare. Il liceo. La cultura è importante. Me lo diceva sempre mia madre, prima che andassi a giocare a biliardo coi libri nuovi, e la stecca che aspettava nella rastrelliera accanto al panno verde. Ora non gioco neanche più a biliardo. Ho un ristorante. E scrivo. – E come mai? – E che ne so!
La vita va così a volte. Io scrivo da tre anni. Da quando quel giorno ho capito all’improvviso di non poterne fare a meno. E che era questa la strada persa che stavo cercando. Scrivo quando è il momento di dire qualcosa. O almeno quando penso che lo sia. Scrivo quando un ricordo mi tira abbastanza le orecchie da farsi sentire. Scrivo quando penso forte a qualcuno. O a qualcuna. O se ho voglia di urlare. Scrivo di notte. Perchè è di notte che sono più sveglio. E perché penso che il silenzio mi faccia scrivere meglio. Sono poco costante, io, e mi distraggo facilmente. E quando scrivi devi stare concentrato. Le cose mica si scrivono così, da sole. Devi rimboccarti le maniche e pesare tutte le parole, scientificamente. Io normalmente lo faccio dopo, in revisione. Prima, quando sento che è il momento, guardo il rettangolo bianco e ci vomito sopra inchiostro, con conati da rimaner senza parole. E quando le parole finiscono metto il punto. Perché tanto è inutile starsi a sforzare, quando sai che non esce più niente. Che sei vuoto dentro. Scrivere è come estrarre un cordino a sorte. Se prendi quello corto il viaggio finisce presto. A volte senza cominciare. Ma quando prendi quello lungo – perché in ogni mazzo almeno uno lungo c’è – be’, quando prendi quello è tutta un’altra storia. Allora stacchi le mani dalla tastiera e lo afferri bene e cominci a tirare, per vedere dove ti porta. E più tiri e più il cordino si allunga e all’improvviso ti ritrovi lontano con tutto il cordino attorcigliato tra le mani e sugli avambracci, perché col passare del tempo t’ingegni, e fai di tutto per portare l’altro capo della cima a te. A volte tiri piano, perché le cose escono così, spontaneamente, e il recupero è fluido e lineare. A volte invece è il cordino a tirare, nel senso opposto, perché non vuole farsi arrotolare. Allora dovrai tirare come un campione, come un prete appeso a una campana, come un bue davanti a un aratro, per dissodare bene la tastiera e seminarci quello che sei. E se son rose fioriranno diceva qualcuno. E se son cavoli, beh, qualcuno li mangerà comunque, dico io. Sono buoni i cavoli, magari non a merenda, però sono buoni e la sera si lasciano mangiare facilmente. La sera succedono un sacco di cose ultimamente. Succede che sto al ristorante e lavoro, ma poi che lavoro pure a casa. Non è semplice. È come fare il doppio turno in fabbrica, che quando esci mi sa proprio che sei stanco. Ma comunque si fa. Perché se vuoi davvero una cosa, allora è meglio che alzi il culo e provi a prenderla. La montagna alla fine mica c’è andata da Maometto. Non vi fate fregare. Il secondo turno è diverso dal primo. Nel primo turno corro tanto e faccio i conti. Nel secondo volo alto e mi scapestro. Mi piace il secondo turno. Si possono dire un sacco di cose volteggiando nel silenzio della notte. Posso dire le cose che mi sono successe e a cui tengo. Posso dire cose successe ad altri. A qualche amico ad esempio, o ascoltate casualmente in un bar. Posso pure inventare. E sparare una storia talmente assurda e contorta e disarmante da scommetterci i soldi sopra che è vera. È per questo che mi piace scrivere. Perché quando sei lì, davanti alla tastiera, non c’è nessuno che controlla i pensieri o quello che ti passa per la mente, e non c’è nessuno che può dirmi – NO! Questo non si può fare. Questo non si può dire –. E vaffanculo è una sensazione dannatamente affascinante, talmente tanto che a volte non vedo l’ora di tornare a casa per mettermi subito a scrivere. Le idee sono importanti. Innanzi tutto separare quelle idiote da quelle che vale la pena sviluppare. È una questione di sensibilità. E se quella buona arriva devi fermarla a tutti i costi. Perché se è passata non è mica detto che ritorni. E ogni lasciata è persa. Ci sono un sacco modi per farlo, ognuno trova il suo. Chi si porta un taccuino a presso, chi appunta in qualche modo sul telefono, chi ripete all’infinito, chi Dio solo sa cosa. Comunque bisogna fermare l’idea. È questo lo scopo. E poi girarci intorno, e stuzzicarla, e lavorarci sopra. Sembra facile. Sembra. Non lo è per il semplice fatto che a volte le cose non vengono, e ti devi proprio impuntare per cacciarle fuori. Non lo è perché a volte rileggi quello che hai scritto, e ti viene seriamente il dubbio di aver sbagliato il metro di valutazione. Dell’idea, del contenuto, o della forma. Non lo è perché a volte ci passo anche una mezz’ora sopra a una parola, ed è normale che poi ti chiedi: – Ma chi me lo fa fare? Io credo sia la parte più interna di me a volerlo fare. Una parte che ancora non conosco fino in fondo. E che non so dove mi porta o dove vuole andare. Io credo che nel tempo di una poesia, o di una storia, o di un racconto, ci siano immense sensazioni che vale davvero la pena vivere. Io credo che la solitudine dello scrittore sia dannatamente religiosa, ed efficace, e affascinante. Io credo che mi piace proprio tanto questa cosa, e per dirla alla Bukowski – Scrivere è come rotolare giù da una montagna. È liberatorio. È piacevole, è un volo, e si viene pagati per fare quello che si vuole fare... voglio dire che scrivere è come andare a letto con una bella donna, e poi ci si alza e qualcuno ti dà dei soldi. È troppo.
E se trovo una descrizione migliore, giuro su Dio che la scrivo.
Francesco Alibrandi è autore della raccolta di racconti Casello casello quaranta in uscita a ottobre 2009.
