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Consiglia a un amico
Invia il linkC'è chi il treno deve aspettarlo tutte le mattine, col suo rumore sempre uguale, come una cantilena dei giorni; ogni mattina e ogni sera, lo sguardo corre di continuo all'orologio, e le gambe stanche sperano in un posto a sedere. Nell'era del pendolarismo frenetico e dei voli low cost, nel millennio un po' folle delle distanze azzerate, l'idea del treno fa sorridere, certo. Ma è anche un sorriso di malinconia. C'è qualcuno che, passando di corsa sotto il tabellone degli orari, non abbia mai cercato la destinazione più lontana sognando una fuga?
Il treno – bagagli-vagoni-cuccette-odore di chilometri nei vestiti – è ancora sinonimo di libertà, il simbolo del viaggio per eccellenza; guardando un treno immaginiamo, in un pensiero color della nebbia, i bauli e il capotreno col fischietto, lo sbuffo di vapore della locomotiva e la sensazione ventosa della partenza. Pensiamo con commozione alle stazioni della nostra vita, al tempo che sul treno non passa mai e a tutto lo spazio che invece si attraversa; al fascino dell'Orient-Express e alla poesia immensa della steppa russa, oltre il finestrino brinato. Ci tornano in mente i compagni di viaggio, e quelle conoscenze passeggere che durano il tempo di qualche fermata, o sopravvivono – l'avverarsi di un destino piccolo – oltre la soglia del proprio arrivo. Oppure ricordiamo l'avventura dei nostri vent'anni, lungo la Germania o la Scandinavia, quando una stazione ferroviaria e una cena arrangiata facevano casa, e sentivamo d'avere tutto il mondo tra le dita.
E infine, pensiamo anche ai ritorni, ai riconoscimenti; allo sguardo cercato sulla banchina tra i viaggiatori che sciamano via, mentre il treno lentamente si svuota – perché in fondo è per questo che si viaggia, per tornare; diversi, ma tornare.
Annalisa Maniscalco
L'Autore
Autori Vari. Questa antologia rientra nel progetto delle instant-anthology mensili e raccoglie i racconti più interessanti arrivati nel mese di settembre sul tema "In treno".


